QUESTI SITO USA I COOKIES E TECNOLOGIE SIMILARI (vedi dettagli)

Se non cambi la configurazione del browser, sei d'accordo. 

Il riconoscimento della politica di Vigilanza come atto di politica economica costituisce sicuramente una forzatura rispetto alla teoria tradizionale che individua nelle politiche monetaria e di bilancio le principali leve manovrabili dai pubblici poteri nel perseguimento degli obiettivi di crescita dell’economia reale, di piena occupazione dei fattori produttivi, di stabilità della moneta e di equilibrio dei conti con l’estero.

Ciò nonostante è innegabile che “gli effetti pervasivi generati sul processo produttivo dalle scelte e dagli indirizzi in materia di Vigilanza, sia strutturale, sia prudenziale, portino a riconoscere implicitamente a tale funzione valenza di politica economica”.
L’ipotesi da verificare è però se i “servizi finanziari (a differenza del capitale reale) costituiscano un qualcosa di passivo, ausiliario o agevolativo, piuttosto che un fattore della produzione”.

La posizione dei neoclassici, fedeli al paradigma, molto di scuola, di perfezione dei mercati, nega all’intermediazione finanziaria qualsiasi funzione di volano dello sviluppo. Gurley e Shaw deducono la neutralità del ruolo degli intermediari sulla base della considerazione che gli stessi svolgono principalmente una funzione di mobilizzazione del risparmio, attraverso la cessione di proprie passività, e di concessione del credito, mediante l’acquisizione di attività. A livello aggregato ciò significa che passività ed attività si annullano, lasciando agli intermediari il ruolo di “automi che sembrano soddisfare meccanicamente la domanda di attività finanziarie”.

Sul fronte opposto si collocano, invece, le tesi schumpeteriane che, teorizzando la relazione credito-innovazione-sviluppo, riconoscono al sistema finanziario, in quanto nucleo centrale del processo di allocazione delle risorse, un ruolo cruciale nella promozione della crescita economica.

Teorie che assumono una posizione quanto meno più problematica, relativamente al dibattito sulla relazione esistente tra sviluppo industriale e struttura finanziaria, sono state efficacemente sintetizzate da Cameron: ciò ha consentito di compiere un importante passo avanti nell’interpretazione delle logiche di funzionamento del sistema finanziario, che “può essere contemporaneamente un fattore di sviluppo ed essere effetto dello sviluppo” in funzione delle “caratteristiche dei suoi servizi e dell’efficienza con cui questi sono espletati”.

Se, dunque, si ritiene valida l’ipotesi dell’esistenza dei market failures per giustificare lo sviluppo del sistema finanziario, si deve concordare sul fatto che “il modo in cui esso assolve le sue funzioni influenza nel bene e nel male il progresso dell’industrializzazione”.

Gli obiettivi della politica economica possono, pertanto, essere assunti come finalità ultime della politica di Vigilanza, dal momento che “l’accumulazione del capitale e quindi la sua formazione, il trasferimento, l’allocazione e l’utilizzo delle risorse finanziarie costituiscono un aspetto essenziale del processo di sviluppo economico di ogni paese”.

Si tratta di obiettivi su cui le autorità di Vigilanza non possono incidere direttamente, ma soltanto in via mediata, garantendo condizioni di stabilità ed efficienza a intermediari e mercati finanziari. Stabilità ed efficienza, infatti come si è visto, sono tradizionalmente considerati gli obiettivi tipici della funzione di Vigilanza sul sistema finanziario, bancario nello specifico dell’analisi che si sta compiendo, sebbene spesso accada che le norme non forniscano una inequivocabile definizione della natura e degli obiettivi della supervisione, lasciando diversi gradi di autonomia agli organi di supervisione.

Questa circostanza, con particolare riferimento all’ambito bancario, espone le autorità di Vigilanza al rischio di scelte subottimali in quanto le finalità, almeno nel breve periodo, sono considerate “solo parzialmente compatibili tra loro” e possono generare situazioni di trade-off, spesso derivanti da “esigenze più generali di politica monetaria”.

Una sintetica ricognizione dei concetti di stabilità ed efficienza è, dunque, funzionale alla comprensione della natura dei potenziali conflitti e delle relazioni esistenti con gli obiettivi di politica monetaria.

La stabilità è presupposto indispensabile perché possa manifestarsi il ruolo del sistema finanziario di motore dello sviluppo del processo economico. Il frequente verificarsi di crisi, anche limitate a singole istituzioni, impedisce la mobilizzazione del risparmio e la realizzazione di programmi di investimento da parte delle imprese in conseguenza dello “stretto e biunivoco legame esistente tra la stabilità del sistema finanziario e quella del sistema economico”.

Inoltre, mentre in passato si ipotizzava che la stabilità potesse essere insidiata soprattutto da crisi di sfiducia nella capacità delle banche di fare fronte ai propri impegni, l’aumento dell’indebitamento complessivo e la forte turbolenza ambientale degli ultimi decenni espongono il sistema a una molteplicità di rischi non sempre misurabili e controllabili correttamente. Si è visto e dimostrato quanto sia complicato conoscerli, classificarli e misurali, al fine di una efficiente ed efficace immunizzazione. Ciò è tanto più grave perché, a differenza di quanto accade in altri settori, il tracollo di una istituzione finanziaria, di una banca per essere più precisi, può produrre esternalità negative attraverso due principali canali: la partecipazione al sistema dei pagamenti ed il fenomeno della corsa agli sportelli.

La stabilità viene perseguita attraverso interventi regolamentari esterni, ovvero agevolando il raggiungimento di elevati standard di efficienza allocativa e tecnico-operativa che nel lungo periodo possono invertire il trade-off suddetto se, una volta pagato il costo sociale legato all’eliminazione degli intermediari marginali, si costituisce una infrastruttura finanziaria più solida in grado di fornire il necessario sostegno allo sviluppo dell’economia.

Alcune perplessità sono espresse in proposito da Revell, secondo cui tale processo evolutivo potrebbe concludersi con la permanenza sul mercato dei soli operatori di più grandi dimensioni, in quanto tutelati dal principio, per la verità opinabile, del too big to fail. Tale processo sarebbe, pertanto, da considerarsi degenerativo piuttosto che migliorativo, giacché concorrenza e innovazione sono stimolate anche dalla presenza di banche di piccole dimensioni e dalla contendibilità dei mercati.

Si è comunque rafforzata la convinzione della necessità di una ricomposizione della funzione obiettivo delle autorità di Vigilanza che assegni un maggior peso al perseguimento dell’efficienza. Ciò consentirebbe di dare avvio ad un processo di ridimensionamento della regolamentazione economica, tipicamente orientata alla salvaguardia della stabilità attraverso interventi che agiscono sulla morfologia del mercato e di promuovere lo spostamento verso la logica della regolamentazione sociale attraverso l’utilizzo di strumenti caratterizzati da un basso profilo amministrativo.

Portalino press release - by mibthea



Partita Iva: IT01123460329 // mail legalizzata: netzappingsrl@pec.it